Mi tira a se col laccio della fame il demone con cui ho stretto il patto; sussurra parole di grandezza mettendo in luce la mediocrità del presente, tracciando il mio percorso a ritroso, a tempi di gioia in cui fui il migliore della mia stirpe.
L'idea è di nuovo caduta. Di nuovo il mio pensiero si allontana. Torno all'antica folgore che animò la mia mano facendole scrivere parole piene del male degli uomini.
Perché mi tiri a te con tale forza, perché ai miei occhi vano è il mio procedere verso di te?
Perché fare impossibile il compimento, dio?
L'atto di fede è questo:
lasciare andare la mano verso il suo futuro inatteso e sentire il sentimento, come si sente al mio interno. Lasciare andare e riprendere, prendere e rilasciare. Lasciare che il vento mi gonfi le nari e che gli occhi s'aprano nel grande mare. Lasciare, lasciare che il vento s'inarchi all'interno della gabbia, che l'osso ricurvo si spezzi ed esca il cane... il mio cane. Sentire il sentimento, sentire l'inarcarsi e il vibrare dell'arco, sentire il ponte gemere ai sussulti del vento che s'inarca ed entra nella gabbia e vortica all'interno. Lasciare e sentire, lasciarsi sentire, sentire che il mare aperto si chiude nel dentro, sentire che l'onda s'inarca nel vento e la sua spuma copre gli orizzonti dei miei occhi. L'occhio si apre, le ciglia del cane.
ProsaProse
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